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Le aree interne e il dibattito che non ti aspetti

18 Set 2026 | Territori

Seguo sui social Christian Raimo da molto tempo: condivido forse la metà delle cose che sostiene, però quando finisco nell’altra metà, gli riconosco il merito di urtarmi e farmi pensare. Ha fatto recentemente notizia la sua uscita sui paesi, sull’Italia interna (o minore, scegliete voi), riassunta in una sua frase piuttosto infelice che recita

Quando non c’è l’overturismo questo resta di quello che chiamiamo l’Italia, i borghi, gli antichi mestieri: resta l’alcolismo, il maschilismo, il razzismo.

Palesemente una boutade di penna, scappata sull’onda della rabbia provocata da una fastidiosa esperienza personale miscelata a frustrazioni politiche. Tipo la pallonata che tiri per rabbia, sguaiatamente, senza preoccuparti di dove andrà a finire il pallone. E se finisce in mezzo ai rovi, recuperarlo diventa una faccenda scomoda e fastidiosa.

La prima – o almeno la più rumorosa – reazione all’uscita di Raimo è stata quella di Franco Arminio, il poeta-paesologo che ha reagito a questa brusca invasione di campo come da manuale: rivendicando con il consueto lirismo la complessità dei paesi e dell’umanità che si ostina ad abitarli. Da lì in poi il dibattito si è polarizzato sulle due posizioni, coinvolgendo intellettuali, giornalisti, liberi pensatori e diretti interessati, ovvero gli abitanti dei paesi (non gli alcolizzati maschilisti, presumo, ma noi che viviamo in paese senza toccare il culo alle bariste). Tutto sommato una bagarre a tinte sobrie, che non è mica un derby. Ma anche una discussione che ha dimostrato la significativa attenzione che circonda la nebulosa di temi legati ai paesi distribuiti lungo lo Stivale.

Io, diligentemente, ho letto tutto quello che ho potuto. Dai post di Raimo (compreso il secondo, quello in cui ammette di aver scritto un post “sbrigativo” sui paesi) a quelli di Arminio (tra cui le 30 tesi per salvare i paesi uscite su Repubblica), dagli interventi di Giuseppe Frangi e Daria Capitani su Vita a quello di Vito Teti e Enza Maria Macaluso su Lucysullacultura. Più altri sparsi qua e là su testate di vario calibro.

Complessivamente il dibattito si è concentrato sulla critica alla generalizzazione, rivolta tanto alle posizioni di chi demonizza le aree interne dopo una breve escursione quanto a coloro che tendono a sacralizzare l’immagine dei paesi per farla corrispondere alla propria idea o sensibilità. Due lati della stessa medaglia. C’è però un punto in particolare che credo sia stato toccato un po’ superficialmente dal dibattito, lo stesso che a me, invece, piacerebbe approfondire.

 

La retorica dei paesi

Due termini sono ricorrenti nella fitta produzione di interventi che ha alimentato il dibattito: retorica e narrazione. Se c’è un punto su cui tutti sostanzialmente convergono è la necessità di uscire dalla retorica edulcorata del paese, da una sua narrazione mondata delle criticità che caratterizzano le aree interne. Raimo ci è andato giù pesante e in modo un po’ facilone, siamo d’accordo, ma sostanzialmente anche chi è intervenuto dopo di lui ha denunciato la necessità di raccontare i paesi in maniera più completa e oggettiva, invocando l’opportunità – quella sì, universale – di adottare approcci ento-antropologici. Teti – Macaluso sintetizzano la loro visione con un punto focale:

Restare, o tornare, in un paese non è oggi una scelta libera (come pensa qualche opinionista di mestiere che invita ora a fuggire dai paesi ora a sacralizzarli) perché risulta profondamente condizionata da ciò che lo Stato garantisce o nega, da ciò che decide di finanziare o di depotenziare.

Il concetto è chiaro: fuori dalle narrazioni superficiali, 14 milioni di italiani abitano le aree interne e possono continuare solo se vi sono le condizioni minime per farlo. Da cui deriva che la narrazione dei paesi deve trasformarsi in un atto politico, a sua volta promotore di auspicabili ricadute sociali. Il secondo post di Raimo, si spinge ancora oltre. È sufficiente il titolo per capire il punto di vista: La retorica dei paesi serve solo alla Destra. In questo caso la narrazione diventa retorica e il suo effetto quello di favorire il consenso verso una precisa parte politica.

Su questa storia della narrazione e della retorica dei paesi mi ci sono chiuso per settimane e ancora non ne vengo del tutto fuori. Sono uno che i paesi li vive e li racconta. Li racconto come guida turistica, creatore di contenuti per la promozione territoriale e in qualità di semplice abitante. So perfettamente che nessun paese è un eden (come nessun luogo, d’altra parte) e che somiglia piuttosto a un groviglio di questioni sociali, politiche ed economiche. Però so anche che ogni paese è un testo la cui narrazione non è appannaggio di una sola voce, sia essa una televisione, un’amministrazione pubblica o un giornalista. La narrazione di un paese è sempre e inevitabilmente una costruzione a più voci, a cui partecipano gli abitanti, i visitatori occasionali, le pubbliche amministrazioni e – spesso – esponenti vari ed eventuali del mondo della comunicazione. Per questo trovo difficile pensare che possa esistere una “retorica dominante”, tanto meno una retorica dominante che possa essere pilotata.

Leggendo il dibattito mi è venuto in mente un passo riportato tra le memorie di Ernest Hebért (1817 – 1908), pittore francese che trascorse molto tempo nell’Appennino laziale di un’Italia preunitaria a caccia di quei popoli che lo abitavano senza essere ancora contaminati dalla modernità. Gli ultimi eredi dei sabini, volsci e latini (cito). Tra le sue memorie c’è un passaggio che trovo particolarmente emblematico. L’artista, che per tre anni visse a Cervara di Roma, si lamentava del romanticismo con cui a Parigi Theophile Gautier vagheggiava sulle doti di questi popoli e del loro idilliaco stile di vita. Contestava questa narrazione edulcorata – appunto – perché lui quei popoli li aveva conosciuti dal vivo, e aveva compreso che nella realtà erano vessati da fame, povertà e prevaricazioni. Hebért aveva toccato con mano la sofferenza di questa gente di montagna, che si reca alla fonte a piedi nudi e vive di una pastorizia di sussistenza. Sapete come finisce questa storia? Che il Pittore dipingerà per anni questa gente, le sue fatiche e in particolare la fierezza delle sue donne alimentando involontariamente proprio la narrazione edulcorata che denunciava. Perché è così che funziona: tu fai un dipinto in cui vuoi sottolineare la sofferenza che caratterizza la donna che abita la montagna italiana, solo che poi il dipinto parla autonomamente a chi lo osserva. Così finisce che il parigino medio coglie il lirismo e pensa soltanto a quanto sia fiera e bellissima quella stessa donna di cui hai provato a raccontare la complessità.

Povero Hebért.

Le assonanze con il dibattito di oggi mi sembrano degne di riflessione. Come si era diffusa nei secoli passati la narrazione edulcorata del Belpaese e dei suoi abitanti? Con le incisioni di Piranesi? Con le tele di Canaletto? O era intervenuta la Santa Sede, promuovendo i Musei Vaticani un paio di secoli prima di aprire la biglietteria? Più semplicemente, l’Italia corrispondeva a quel sentimento romantico che viaggiava sull’onda dello sturm und drang. La narrazione era già dentro quell’aspettativa diffusa e l’Italia, con le sue vestigia romane e le sue popolazioni impermeabili alla modernità, non faceva altro che corrispondere a quello sguardo.

Il sentimento diffuso oggi nei confronti dell’Italia e del viaggio in Italia è molto più frammentato. Da un lato i social hanno dato impulso ad un sentimento egoico. Milioni di persone da ogni angolo del mondo raggiungono Firenze, Roma o Venezia non per capire le tecniche di Brunelleschi, conoscere la vita quotidiana di un trasteverino (ammesso che ne esistano ancora) o perdersi tra le calli più intime e nascoste della Laguna, ma solo per farsi una selfie davanti al Davide, nell’arena del Colosseo o cullati da una gondola. Firenze, Roma o Venezia hanno costruito questo atteggiamento? No, ma l’hanno solo intercettato e hanno fatto di tutto per nutrirsene, inzeppando i propri principali punti di interesse di gente aliena da qualsiasi approccio al luogo che non sia egoriferito. Un approccio da cui germina una narrazione inevitabilmente narcisistica delle città italiane: vado in un luogo perché è famoso e posso produrre una mia immagine in quel luogo famoso.

Sia chiaro, questa non è che una delle narrazioni possibili, anche se una tra le più diffuse. In un certo senso speculare a questa rilevo un sentimento di crescente attenzione ai paesi e ai borghi. Un trend che non ricondurrei affatto a oscure trame politiche tese a favorire questa o quella parte politica, e neanche alla massiccia produzione televisiva che decanta le lodi delle sagre o delle torri. Linea Verde esiste da trenta o quarant’anni, ma oggi ha una popolarità diversa da quella di Fazzuoli. La centralità dei paesi è figlia di un bisogno diffuso e (forse) inconsapevole di sfuggire ad una contemporaneità che rifiutiamo. Davanti a Trump che scatena guerre per mettere fine a guerre provocate da altre guerre, a litigiosi governi europei impegnati quotidianamente a sedare le proprie differenze, a vini improvvisamente bollati come cancerogeni, a una nazionale di calcio che salta due mondiali di fila, al riscaldamento globale che ci sterminerà tutti se non lo farà prima l’AI… ecco, di fronte a tutto questo, un paese rappresenta un riparo. Evoca un tempo e un luogo in cui la vita era più semplice e più ordinata. C’era il prete, c’era la cellula di partito e in mezzo il bar dello sport per litigare tutti insieme su qualcosa che non fosse il Vaticano o l’Unione Sovietica, mettendo 500 lire nel bigliardino e tirando la leva. Questa sembra retorica? No, è semplicemente una narrazione parziale. Perché trascura il brigatismo, gli attentati di mafia, gli inquinamenti incontrollati nei nostri fiumi, il numero di morti sulla strada, la droga e via dicendo. Ma noi inconsciamente cerchiamo un riparo, mica la realtà. E la memoria è il regno della nostalgia. Per cui cosa volete che emerga quando evochiamo la nostra infanzia, lo sfondo rumoroso dei problemi nazionali o l’abbraccio della nonna?

Se devo andare di sintesi, i paesi – al di là di qualsiasi narrazione prodotta a tavolino – sono i luoghi delle nonne, dell’infanzia, di un passato che fa rima con nostalgia. Oggi sono attraenti perché c’è un bisogno sempre più diffuso di credere che la vita possa essere più semplice di come ce la propone il telegiornale. Negli anni ’80 o ’90 celebrare i paesi era solo da sfigati, perché era caduto il muro di Berlino, la nazionale italiana i mondiali doveva solo vincerli, le auto si compravamo pensando alla cilindrata, non alle norme antinquinamento, e i robot stavano nei fumetti di fantascienza. La vita era ancora semplice. La società era semplice. Trovo illusorio pretendere di poter cambiare narrazione o ritenere che un canale Rai sia in grado di indirizzarla. La narrazione, come l’immaginario collettivo o l’ambiance mentale, è figlia dello spirito dei tempi e noi possiamo soltanto scegliere come inserirci: se essere critici o entusiasti, apocalittici o integrati, ma senza la presunzione di volerla cambiare tout-court. La narrazione dei luoghi appartiene a tutti e nessuno. Come al cuore, alla narrazione non si comanda.